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Così la
moglie Goretta ricorda la morte di Casarotto, il 16
luglio 1986, nel libro “Goretta e Renato Casarotto, una vita tra le montagne” (De Agostini 1996).
«Mancava poco alle 19 e continuavo a guardare la via. Mi
si avvicinò Kurt. Mi domandò: “Quando hai il prossimo
collegamento con Renato?” Dovevamo sentirci alle 19.
“Non sarebbe il caso che tu accendessi la radio prima?”
mi suggerì. Gli dissi che avevamo appuntamento a ore
fisse e che prima Renato non mi avrebbe chiamato. Non
potevo sapere che a Kurt era venuto un dubbio: aveva
visto sul ghiacciaio una persona scomparire tutt’a un
tratto, senza più ricomparire. Temeva che fosse Renato,
ma sperava di sbagliarsi. Per puro scrupolo accesi la
radio. Udii immediatamente la voce di mio marito. “Gori,
sto per morire”. Per un attimo mi si annebbiò la mente.
Poi scattò la mia reazione. Con tutto il fiato che
ancora avevo in gola gli gridai: “Dove sei?”. E lui: “In
un crepaccio molto profondo”. “Cosa ti sei fatto?”.
“Sono rotto dappertutto. Non resisterò tanto a lungo”.
Corsi per il campo base chiamando soccorso. L’ora era
critica, stava imbrunendo. Si misero in moto un po’
tutti: Kurt, Julie, Gianni Calcagno, Agostino Da Polenza,
Karim e anche altri. Continuai a parlare con Renato
finché non furono pronti. Poi dovetti cedere la mia
radio ai soccorritori, che ne avevano bisogno per
individuarlo. Agostino tenne il contatto con Renato
finché i soccorritori non arrivarono sul luogo
dell'incidente. Rimasi nella tenda con il loro medico,
Attilio Bernini. Senza l’unico contatto che mi restava
con Renato persi ogni energia e mi accasciai. Non mi
restava che attendere. Furono ore di inferno. Ma,
malgrado le parole di Renato, avevo una tenue speranza
che lui si fosse sbagliato sulle sue condizioni. Si era
fatto buio. Oramai vedevo solo delle luci che si
muovevano nel medesimo punto. Speravo che lo avessero
trovato. Avevo il terrore che non riuscissero a
recuperarlo. Alle 22 una parte dei soccorritori rientrò.
Agostino mi disse: “L’abbiamo tirato fuori. È ancora
vivo, ma non sperare che passi la notte”. Renato era
caduto a poche centinaia di metri di dislivello dal
Campo base, ovvero a circa una ventina di minuti di
cammino dalla nostra tenda. Sul frontone terminale del
ghiacciaio che giunge ai piedi del K2, aveva ceduto un
ponte di ghiaccio. Proprio un punto in cui per mesi
erano transitate senza problemi tutte le spedizioni
dirette allo sperone. Renato era precipitato in un
crepaccio molto profondo. Lassù con Renato erano rimasti
Kurt e Gianni, che si era calato nel crepaccio e lo
aveva aiutato a imbracarsi per il recupero. Un’altra
squadra, con un medico, si preparò a salire. Anche se la
situazione era critica, si tentava di fare il possibile.
Assieme ad Agostino e a qualcuno altro, cominciai a
organizzare un eventuale trasporto in elicottero, nel
caso in cui Renato fosse sopravissuto. Ci speravo. Avevo
ancora un filo di speranza. Le ore passavano lentissime.
Vicino a me c’era sempre Julie. Cominciava a schiarire.
Sentii Da Polenza parlare per radio. Mi sembrava di
avere intuito. Non mi mossi. Avevo troppa paura. Dopo
qualche secondo Agostino entrò nella tenda e mi diede la
notizia. Renato era morto. Era mancato verso le 21 della
sera prima»...
Ancora su Renato
Casarotto:
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