E’ ancora tutto in silenzio dentro al Rifugio,
stanno tutti dormendo o pensando alla giornata che si prospetta. Passa
un po’ di tempo, . . . ecco un rumore, è la sveglia!
Cercando di essere silenziosi per non disturbare gli
altri ospiti del rifugio, ci alziamo e diamo una sbirciatina fuori dal
balcone, ma è ancora buio, non sono ancora le cinque.
Quando scendiamo troviamo il gestore che ci aspetta,
con molta cortesia ci serve tè e caffelatte e mentre mangiamo ci dà le
ultime indicazioni sulle salite che ci attendono.
Parlo al plurale perché siamo un corso, ma con
l’affiatamento che si è creato sembra essere un gruppo di amici di
vecchia data e con la stessa passione.
Ancora uno sguardo fuori e ci accorgiamo che il tempo
non è un gran che! C’è un attimo di esitazione, poi qualcuno
decide… si parte! Zaino in spalla e via in fila lungo il sentiero che
porta all’inizio della nostra avventura. Camminiamo da quasi un’ora
e da un po’ una pioggerellina fina ci accompagna. Siamo al bivio dove
il gruppo si dividerà, ognuno verso l’attacco della propria via.
Prendiamo tempo per vedere se il meteo migliora; la cortina di nuvole
lentamente si apre lasciando spazio all’azzurro del sereno. Bon!
Sciolto anche questo dubbio ci salutiamo.
Noi, io e altri quattro, siamo i primi a lasciare il
sentiero principale, ci innalziamo sulle ghiaie e da lontano cerchiamo
di capire dov'è l'attacco; lo individuiamo ed ecco il primo ostacolo:
per arrivarci si deve attraversare un pendio di ghiaccio abbastanza
ripido, largo una ventina di metri.
Noialtri invece
proseguiamo sul sentiero e in una mezz’ora siamo sotto al nostro
campanile, alla base del diedro che segna l’inizio della nostra via e
che si alza 400 metri fino a perdersi nelle nuvole. La roccia è ancora
un po’ umida e attendiamo che il tempo ci rassicuri… arriva una
telefonata dell’altro gruppo che ha deciso di partire, quindi, dopo
aver improvvisato un soprannome per distinguere i due omonimi
capicordata, "Gigi" attacca. Che diedro!
Noi intanto, dopo aver
disciplinatamente scalinato la lingua glaciale raggiungiamo il primo
anello di sosta. La via si presenta subito varia, con una placca e un
camino fessura, e la roccia per ora è splendida. Senza difficoltà ci
troviamo presto tutti e cinque alla sosta successiva, ma ancora non si
riesce a scorgere tutto il tracciato della via.
Fischia un sassolino, salta la lente dall’occhiale
e il mio compagno ha lo zigomo ferito! Siamo fortunati, è solo un
graffio e la lente è intatta ai nostri piedi.
Arrampicare in
diedro nei primi tiri, ancora avvolti dall’aria un po’ ovattata e
umida delle prime ore del mattino, dà un certo senso di protezione, ma
richiede anche concentrazione se la tecnica non ti è familiare. Si
sale, senza quasi distogliere lo sguardo dalla roccia, le dita
finalmente si scaldano. Le crode alle nostre spalle si illuminano per
poi tornare in ombra e questo gioco di luci richiama la nostra
attenzione. Così guardandomi attorno bruscamente mi accorgo del vuoto
che ho sotto, d’un tratto mi sento esposto, e piccolo, come appeso ai
vestiti di un gigante, ma è un gigante buono. Sono sensazioni come
questa, che mi fanno prediligere guglie e campanili: è più facile
attribuirgli una personalità, così diventa per quella giornata un
compagno d’avventura, col suo carattere e i suoi umori.
Poi il diedro, che dal basso sembrava così netto e
si riusciva a seguirlo fino in cima con il dito, non è più così
sicuro, il gigante decide di giocarci qualche scherzo. Mano a mano che
saliamo… la via si allunga! Confrontiamo i tiri fatti con quelli sulla
relazione: non coincidono! Siamo tutti concentrati e nessuno guarda
l’orologio, ma il tempo passa e cominciano a farsi sentire la
stanchezza, le scarpe strette…
Però il tempo è in netto miglioramento, e si
prosegue!
Bene, inizia ad
apparirci la vetta, ma è ancora lontana. Dopo un traverso su ghiaione,
due splendidi tiri e siamo in cengia; da lì c’è la possibilità di
rientrare. Ci rifocilliamo e valutiamo, visto l’orario, di
approfittarne; rinunciamo alla cima ma la giornata è stata comunque
bellissima e soddisfacente. Così ci leghiamo in conserva e affrontiamo
la via di discesa proteggendoci con qualche cordino.
Stavolta nessun fischio, un masso, staccatosi pochi
metri sopra di me, mi schiva la faccia, ma siamo ormai sul sentiero,
dove dopo esserci slegati, decidiamo di sentire a che punto sono
sull’altro campanile.
Un cellulare
chiama di nuovo dallo zaino, l’altro gruppo stavolta ci avvisa che è
già sulla via del rientro. E noi? Bella domanda! Crediamo che manchino
solo un paio di tiri ma da li passeranno altre tre lunghe (ma in fondo
divertenti) ore prima di riuscire ad arrivare alla cengia che segna per
noi l’"arrivo".
Ma superato, con fatica, anche l’ultimo traverso,
quale meravigliosa sorpresa trovare due dei nostri, saliti dalla via
normale, in cima ad aspettarci già intenti ad attrezzare le doppie per
la calata.
In fretta si scende, si saluta il Gigante (con un
arrivederci) e si gode delle fantastiche luci del tramonto camminando
verso il Rifugio.
Nicoletta e Paolo.