GLI ALLIEVI RACCONTANO

Dal notiziario 2004

E’ ancora tutto in silenzio dentro al Rifugio, stanno tutti dormendo o pensando alla giornata che si prospetta. Passa un po’ di tempo, . . . ecco un rumore, è la sveglia!

Cercando di essere silenziosi per non disturbare gli altri ospiti del rifugio, ci alziamo e diamo una sbirciatina fuori dal balcone, ma è ancora buio, non sono ancora le cinque.

Quando scendiamo troviamo il gestore che ci aspetta, con molta cortesia ci serve tè e caffelatte e mentre mangiamo ci dà le ultime indicazioni sulle salite che ci attendono.

Parlo al plurale perché siamo un corso, ma con l’affiatamento che si è creato sembra essere un gruppo di amici di vecchia data e con la stessa passione.

Ancora uno sguardo fuori e ci accorgiamo che il tempo non è un gran che! C’è un attimo di esitazione, poi qualcuno decide… si parte! Zaino in spalla e via in fila lungo il sentiero che porta all’inizio della nostra avventura. Camminiamo da quasi un’ora e da un po’ una pioggerellina fina ci accompagna. Siamo al bivio dove il gruppo si dividerà, ognuno verso l’attacco della propria via. Prendiamo tempo per vedere se il meteo migliora; la cortina di nuvole lentamente si apre lasciando spazio all’azzurro del sereno. Bon! Sciolto anche questo dubbio ci salutiamo.

Noi, io e altri quattro, siamo i primi a lasciare il sentiero principale, ci innalziamo sulle ghiaie e da lontano cerchiamo di capire dov'è l'attacco; lo individuiamo ed ecco il primo ostacolo: per arrivarci si deve attraversare un pendio di ghiaccio abbastanza ripido, largo una ventina di metri.

Noialtri invece proseguiamo sul sentiero e in una mezz’ora siamo sotto al nostro campanile, alla base del diedro che segna l’inizio della nostra via e che si alza 400 metri fino a perdersi nelle nuvole. La roccia è ancora un po’ umida e attendiamo che il tempo ci rassicuri… arriva una telefonata dell’altro gruppo che ha deciso di partire, quindi, dopo aver improvvisato un soprannome per distinguere i due omonimi capicordata, "Gigi" attacca. Che diedro!

Noi intanto, dopo aver disciplinatamente scalinato la lingua glaciale raggiungiamo il primo anello di sosta. La via si presenta subito varia, con una placca e un camino fessura, e la roccia per ora è splendida. Senza difficoltà ci troviamo presto tutti e cinque alla sosta successiva, ma ancora non si riesce a scorgere tutto il tracciato della via.

Fischia un sassolino, salta la lente dall’occhiale e il mio compagno ha lo zigomo ferito! Siamo fortunati, è solo un graffio e la lente è intatta ai nostri piedi.

Arrampicare in diedro nei primi tiri, ancora avvolti dall’aria un po’ ovattata e umida delle prime ore del mattino, dà un certo senso di protezione, ma richiede anche concentrazione se la tecnica non ti è familiare. Si sale, senza quasi distogliere lo sguardo dalla roccia, le dita finalmente si scaldano. Le crode alle nostre spalle si illuminano per poi tornare in ombra e questo gioco di luci richiama la nostra attenzione. Così guardandomi attorno bruscamente mi accorgo del vuoto che ho sotto, d’un tratto mi sento esposto, e piccolo, come appeso ai vestiti di un gigante, ma è un gigante buono. Sono sensazioni come questa, che mi fanno prediligere guglie e campanili: è più facile attribuirgli una personalità, così diventa per quella giornata un compagno d’avventura, col suo carattere e i suoi umori.

Poi il diedro, che dal basso sembrava così netto e si riusciva a seguirlo fino in cima con il dito, non è più così sicuro, il gigante decide di giocarci qualche scherzo. Mano a mano che saliamo… la via si allunga! Confrontiamo i tiri fatti con quelli sulla relazione: non coincidono! Siamo tutti concentrati e nessuno guarda l’orologio, ma il tempo passa e cominciano a farsi sentire la stanchezza, le scarpe strette…

Però il tempo è in netto miglioramento, e si prosegue!

Bene, inizia ad apparirci la vetta, ma è ancora lontana. Dopo un traverso su ghiaione, due splendidi tiri e siamo in cengia; da lì c’è la possibilità di rientrare. Ci rifocilliamo e valutiamo, visto l’orario, di approfittarne; rinunciamo alla cima ma la giornata è stata comunque bellissima e soddisfacente. Così ci leghiamo in conserva e affrontiamo la via di discesa proteggendoci con qualche cordino.

Stavolta nessun fischio, un masso, staccatosi pochi metri sopra di me, mi schiva la faccia, ma siamo ormai sul sentiero, dove dopo esserci slegati, decidiamo di sentire a che punto sono sull’altro campanile.

Un cellulare chiama di nuovo dallo zaino, l’altro gruppo stavolta ci avvisa che è già sulla via del rientro. E noi? Bella domanda! Crediamo che manchino solo un paio di tiri ma da li passeranno altre tre lunghe (ma in fondo divertenti) ore prima di riuscire ad arrivare alla cengia che segna per noi l’"arrivo".

Ma superato, con fatica, anche l’ultimo traverso, quale meravigliosa sorpresa trovare due dei nostri, saliti dalla via normale, in cima ad aspettarci già intenti ad attrezzare le doppie per la calata.

In fretta si scende, si saluta il Gigante (con un arrivederci) e si gode delle fantastiche luci del tramonto camminando verso il Rifugio.

Nicoletta e Paolo.

Dal notiziario 2004

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