60 anni di epopea dell’alpinismo e dell’escursionismo
in una collana indispensabile per ogni alpinista.
Nasce nel 1934 questa prestigiosa e mitica collana di guide di montagna,
edita dal T.C.I insieme al C.A.I., invidiata da tutti, a volte emulata,
in Europa, ma mai superata, per completezza di dati, organicità,
precisione.
Nel 1934, erano gli anni del primo boom dell’alpinismo, quando la
pratica, fino a quel tempo "elitaria", portata nel secolo
precedente in Italia da ricchi e benestanti alpinisti inglesi e
tedeschi, divenne improvvisamente popolare. Le mitiche imprese degli
anni ‘30. L’epoca del sesto grado, la salita di pareti definite fino
allora "impossibili" come le più difficili pareti influirono
notevolmente, grazie ai giornali, sullo sviluppo dell’alpinismo. E la
Guida dei Monti d’Italia nell’uscire in quegli anni rispondeva a
quella esigenza. Ettore Castiglioni di questa collana è stato un
curatore prolifico. Nella prima metà degli anni ‘30 assunse I’incarico
di redattore di alcuni volumi della Guida dei Monti d’ltalia del
C.A.I.-T.C.I., inoltre continuò una colta attività pubblicando su la
"Rivista Mensile" "Lo Scarpone", "Le Prealpi".
Continuò a scrivere fino alla sua ultima ascensione in solitaria sulle
nevi del Passo del Forno il 12 marzo del 1944.
Tregnago
1993
Claudio Cavaggioni, classe 1909, vive con la moglie
in un rustico isolato in collina a qualche chilometro dal paese di
Tregnago. Amico e un po’ parente della famiglia Castiglioni. Fu amico
e compagno di Ettore, poiché avevano solo un anno di età di
differenza, essendo Ettore del 1908.
"Erano gli anni 20, - mi racconta con molta lucidità il Cavaggioni
- Ettore era già un frequentatore della montagna e aveva acquisito dai
suoi fratelli la passione per I’alpinismo. Allora in quegli anni le
strade erano bianche e poco percorribili. Un mattino ci accordammo di
salire a Giazza ultimo paesino dell’alta Val d’Illasi. A quel tempo
tutti gli abitanti di quel paese parlavano il cimbro (antica parlata di
provenienza tedesca) e le poche case erano quasi isolate dal resto della
valle.
A piedi proseguimmo passando dal Rifugio Revolto, allora poco più che
un’osteria, oltretutto era il solo rifugio in quella zona delle
montagne del Carega e pochissimi erano pure i sentieri che salivano
verso le vane cime, si passava attraverso i percorsi militari lasciati
dalla prima guerra. La nostra meta erano le guglie del gruppo del
Fumante conosciuto per quel complesso di guglie, pilastri, torri e
castelli che si rizzano a levante del Carega. In questa zona le nuvole
vi si impigliano volentieri risalendo le valli e si hanno improvvise
visioni che durano un attimo, ma che pure affascinano. Ecco perché
Ettore mi ha portato tra questi monti per farmi godere dell’emozione
di tale straordinario spettacolo. I primi alpinisti che girarono e
salirono questo gruppo ci hanno lasciato traccia dei loro stati d’animo,
battezzando i luoghi con suggestivi nomi: Castello degli angeli, Dito di
dio, Orecchio del Diavolo, Soglia dell’Inferno, e così via,
conosciuti come "Piccole Dolomiti". Ettore aveva deciso di
salire su una di queste chiamata per la sua forma e arditezza "Dito
di Dio".
Nessuno prima di allora aveva tentato una simile scalata.Una prima su
quella guglia.
Ci
legammo: Ettore come capocordata e io per secondo. Salimmo attraverso
salti e pareti verticali, avevamo quasi superato più della metà della
salita (bisognava però fare continuamente molta attenzione a causa
della friabilità della roccia) per conquistare quella guglia, quando
Ettore, in alto, sopra di me, tentò di mettere un chiodo, uno dei pochi
che si avevano allora.
Siccome non mi trovavo in buona posizione visiva pensai che se Ettore
fosse voltato, mi sentii molto turbato, essendo questa la mia prima
esperienza alpinistica. Ettore tentò più volte di salire, ma ad un
certo punto lo vidi cadere e piombare nel vuoto sopra di me. Per un
attimo credetti di cadere con lui, invece la fortuna volle che uno dei
chiodi messi tenne il volo di Ettore e anche me. Ettore, causa quella
caduta, si era fratturato una gamba, in qualche modo ridiscendemmo da
quel "Dito di Dio". Aggrappandosi alle mie spalle risalimmo
attraverso la conca di Campo Brun e di nuovo fino a Giazza e finalmente
tornammo a casa.
Incredibile - ricorda Claudio - Ettore non si lamentò mai in quel lungo
ritorno, dopo tutto - dice - eravamo giovani e forti! Ettore dopo una
vita dedicata alla montagna è morto giovane, io invece sono ancora qui
che faccio il pittore e il contadino sui monti di Tregnago e dalla mia
casa vedo sullo sfondo le cime del Carega, montagne che non potrò mai
dimenticare tanto mi sono care. A quei tempi chi affrontava Ia montagna,
se gli succedeva qualcosa, doveva arrangiarsi, erano altri tempi, non c’erano
le squadre e gli elicotteri per soccorrere gli infortunati, come
esistono e operano adesso.
L’alpinismo di quel tempo era altro che eroico, ed Ettore ha fatto e
ha vissuto anche questo aspetto dell’alpinismo lasciando a tutti le
sue vie i suoi scritti e la sua storia.
Giorgio Pirana