La Guida ai monti d'Italia

Dal notiziario 2005

60 anni di epopea dell’alpinismo e dell’escursionismo in una collana indispensabile per ogni alpinista.
Nasce nel 1934 questa prestigiosa e mitica collana di guide di montagna, edita dal T.C.I insieme al C.A.I., invidiata da tutti, a volte emulata, in Europa, ma mai superata, per completezza di dati, organicità, precisione.
Nel 1934, erano gli anni del primo boom dell’alpinismo, quando la pratica, fino a quel tempo "elitaria", portata nel secolo precedente in Italia da ricchi e benestanti alpinisti inglesi e tedeschi, divenne improvvisamente popolare. Le mitiche imprese degli anni ‘30. L’epoca del sesto grado, la salita di pareti definite fino allora "impossibili" come le più difficili pareti influirono notevolmente, grazie ai giornali, sullo sviluppo dell’alpinismo. E la Guida dei Monti d’Italia nell’uscire in quegli anni rispondeva a quella esigenza. Ettore Castiglioni di questa collana è stato un curatore prolifico. Nella prima metà degli anni ‘30 assunse I’incarico di redattore di alcuni volumi della Guida dei Monti d’ltalia del C.A.I.-T.C.I., inoltre continuò una colta attività pubblicando su la "Rivista Mensile" "Lo Scarpone", "Le Prealpi".
Continuò a scrivere fino alla sua ultima ascensione in solitaria sulle nevi del Passo del Forno il 12 marzo del 1944.

Le Sibele, tratto da la Guida dei monti d'Italia.Tregnago 1993

Claudio Cavaggioni, classe 1909, vive con la moglie in un rustico isolato in collina a qualche chilometro dal paese di Tregnago. Amico e un po’ parente della famiglia Castiglioni. Fu amico e compagno di Ettore, poiché avevano solo un anno di età di differenza, essendo Ettore del 1908.
"Erano gli anni 20, - mi racconta con molta lucidità il Cavaggioni - Ettore era già un frequentatore della montagna e aveva acquisito dai suoi fratelli la passione per I’alpinismo. Allora in quegli anni le strade erano bianche e poco percorribili. Un mattino ci accordammo di salire a Giazza ultimo paesino dell’alta Val d’Illasi. A quel tempo tutti gli abitanti di quel paese parlavano il cimbro (antica parlata di provenienza tedesca) e le poche case erano quasi isolate dal resto della valle.
A piedi proseguimmo passando dal Rifugio Revolto, allora poco più che un’osteria, oltretutto era il solo rifugio in quella zona delle montagne del Carega e pochissimi erano pure i sentieri che salivano verso le vane cime, si passava attraverso i percorsi militari lasciati dalla prima guerra. La nostra meta erano le guglie del gruppo del Fumante conosciuto per quel complesso di guglie, pilastri, torri e castelli che si rizzano a levante del Carega. In questa zona le nuvole vi si impigliano volentieri risalendo le valli e si hanno improvvise visioni che durano un attimo, ma che pure affascinano. Ecco perché Ettore mi ha portato tra questi monti per farmi godere dell’emozione di tale straordinario spettacolo. I primi alpinisti che girarono e salirono questo gruppo ci hanno lasciato traccia dei loro stati d’animo, battezzando i luoghi con suggestivi nomi: Castello degli angeli, Dito di dio, Orecchio del Diavolo, Soglia dell’Inferno, e così via, conosciuti come "Piccole Dolomiti". Ettore aveva deciso di salire su una di queste chiamata per la sua forma e arditezza "Dito di Dio".
Nessuno prima di allora aveva tentato una simile scalata.Una prima su quella guglia. 
Il Dito di Dio con le sottostanti guglie Gei e Negrin.Ci legammo: Ettore come capocordata e io per secondo. Salimmo attraverso salti e pareti verticali, avevamo quasi superato più della metà della salita (bisognava però fare continuamente molta attenzione a causa della friabilità della roccia) per conquistare quella guglia, quando Ettore, in alto, sopra di me, tentò di mettere un chiodo, uno dei pochi che si avevano allora. 
Siccome non mi trovavo in buona posizione visiva pensai che se Ettore fosse voltato, mi sentii molto turbato, essendo questa la mia prima esperienza alpinistica. Ettore tentò più volte di salire, ma ad un certo punto lo vidi cadere e piombare nel vuoto sopra di me. Per un attimo credetti di cadere con lui, invece la fortuna volle che uno dei chiodi messi tenne il volo di Ettore e anche me. Ettore, causa quella caduta, si era fratturato una gamba, in qualche modo ridiscendemmo da quel "Dito di Dio". Aggrappandosi alle mie spalle risalimmo attraverso la conca di Campo Brun e di nuovo fino a Giazza e finalmente tornammo a casa.
Incredibile - ricorda Claudio - Ettore non si lamentò mai in quel lungo ritorno, dopo tutto - dice - eravamo giovani e forti! Ettore dopo una vita dedicata alla montagna è morto giovane, io invece sono ancora qui che faccio il pittore e il contadino sui monti di Tregnago e dalla mia casa vedo sullo sfondo le cime del Carega, montagne che non potrò mai dimenticare tanto mi sono care. A quei tempi chi affrontava Ia montagna, se gli succedeva qualcosa, doveva arrangiarsi, erano altri tempi, non c’erano le squadre e gli elicotteri per soccorrere gli infortunati, come esistono e operano adesso.
L’alpinismo di quel tempo era altro che eroico, ed Ettore ha fatto e ha vissuto anche questo aspetto dell’alpinismo lasciando a tutti le sue vie i suoi scritti e la sua storia.

Giorgio Pirana

Dal notiziario 2005 

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