Lassù, sul K2, ad 8611 metri di altitudine, la terra
e l’infinito si toccano. Tutto attorno è un rincorrersi di dimensioni
da capogiro avvolte dallo splendore più incredibile o ammantato dalla
possanza del mistero e dalla forza imprevedibile e prevalente degli
elementi. L’infinito non ha tempo, né spazio e nemmeno il rincorrersi
eterno delle stagioni ha rilevanza. Lassù esiste solo la stagione delle
emozioni, dalle più esaltanti alle più terribili. E’ un sogno. E
tale rimane anche dopo essersi impossessati per qualche istante del
punto in cui terra e infinito si fondono.
Un sogno, sempre accompagnato dal destino. Quello che
ha palpitato e tuttora è vibrante nel cuore di uno stuolo di alpinisti
che si sono confrontati, è il caso di dirlo, con una realtà che perde
i contorni del quotidiano e si trasfigura nel mito. L’attrazione
fantastica della montagna severa, esaltante, inospitale, terribile e
avvincente, si pone come obiettivo innato dell’uomo di raggiungere la
vetta, di salire lassù nell’ebbrezza di un evento unico e raro, che
si contrappone alle conquiste quotidiane della vita.
"Il K2 - ha scritto Agostino Da Polenza - visto
nelle fotografie, dopo avere esplorato le immagini sempre più
ingrandite per intuirne i punti di accesso, mi sembrava scontato. Il K2
dal vivo non è un’immagine, è una potente emozione tra l’estasi e
l’angoscia, il sogno e il dubbio". Per non parlare degli stati d’animo
che sempre nel confronto con l’infinito, con il sogno, sono
contrastanti: da una trepidante malinconia, alla gioia incontenibile.
Sventola il tricolore a 8611 metri, sul K2, la
montagna più ardua del mondo, come hanno scritto i giornali mercoledì
4 agosto 1954 nel dare la notizia che Achille Compagnoni e Lino
Lacedelli sono stati i primi due uomini a salire sulla vetta. Erano le
18 del 31 luglio 1954. Sulla seconda vetta della terra sventolava la
bandiera italiana.
"Pensate alla tremenda felicità - ha scritto
Dino Buzzatti sul Corriere della Sera, commentando la grande notizia -
che deve aver sopraffatto i loro cuori: quella suprema solitudine,
sparita l’ossessionante sagoma che da mesi incombeva su di loro, più
nulla al di sopra tranne il cielo, e tutto intorno fino a perdita d’occhio
lo sterminato arcipelago del Karakorum, ghiacciai inesplorati, catene
gigantesche, vitree cattedrali, picchi paurosi, tutti, assolutamente
tutti, più bassi di loro. Il K2, dopo la caduta dell’Everest, era la
più superba e ardua rocca che restasse da conquistare. Era la massima
tra le ultime superstiti occasioni che la terra offrisse per misurare la
nostra forza d’animo la sfida più temeraria dell’uomo piccolissimo
nell’immensità della natura selvaggia, ostile e sconosciuta. Era il
traguardo più ambito per gli alpinisti dell’intero mondo".
La spedizione guidata da Ardito Desio concluse la
sfida lanciata nel 1909 da Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abbruzzi.
Ma l’italianità del K2 ha radici ben più remote, ascrivibili
addirittura a Marco Polo, che nel suo viaggio verso la Cina passò
vicino al Karakorum.
Ecco la "Montagna degli Italiani" che ha
suscitato "unanime ammirazione per la straordinaria impresa"
come ha titolato il Corriere della Sera, mentre la Gazzetta dello Sport
ha definito la vittoria del colosso himalayano "un’impresa che
onora il nostro paese e l’alpinismo europeo".
La Montagna degli Italiani è sicuramente anche
vicentina. Alla spedizione di Desio che per prima conquistò questa
"terribile e difficile montagna", come la definì il recoarese
Gino Soldà, che a 47 anni vi partecipò contribuendo con le sue doti
eccezionali di alpinista, nel ruolo di capo gruppo, alla vittoria di
Compagnoni e Lacedelli. Nella stessa spedizione faceva parte del gruppo
scientifico il prof. Bruno Zanettin di Malo. Tra i ghiacci della
montagna, in un crepaccio a 5100 metri lungo lo sperone sud sud ovest,
il 16 luglio 1986, precipitò Renato Casarotto, un altro vicentino che
stava rientrando dopo essere giunto ad un soffio dalla vetta. Lui e il
K2 per sempre.
Luigi Centomo