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Buongiorno a tutti e soprattutto agli amici del
campeggio CAI di Valdagno.
Non molto tempo fa, il presidente del CAI di Valdagno mi ha
interpellato perché redassi un articolo nel quale raccontare quali sono
stati gli avvenimenti e le emozioni che abbiamo vissuto sul monte
Cevedale. Fiero della proposta, gli affermai che lo avrei fatto
volentieri. Quindi eccomi qui a raccontarvi un po’ le vicende e le
emozioni di quest’avventura. Innanzi tutto vi presento i partecipanti:
Antonio Pozza, il capo gruppo, Giulio, Denny e il sottoscritto Andrea.
Prima di raccontare quest’avvenimento, volevo anche elencarne le
tappe. Il primo giorno si sarebbe andati a dormire al rifugio Larcher,
il giorno successivo avremmo affrontato il monte Cevedale e poi saremmo
tornati in campeggio. L’attrezzatura dell’escursione consisteva,
oltre al normale abbigliamento: occhiali da sole, cordini, una piccozza
e dei ramponi. Per chi non sapesse che cos’è la piccozza e che cosa
sono i ramponi, sono semplicemente degli attrezzi che servono a
facilitare la camminata sulla neve o sul ghiaccio. Detto questo, posso
cominciare a raccontare gli avvenimenti vissuti.
Il giorno dell’escursione
alpinistica, dopo i saluti ai nostri
compagni e ai cuochi, i quali ci auguravano buona fortuna, saliti sulla
macchina partimmo per la nostra avventura. Una volta arrivati alla diga
di Pejo, parcheggiata la macchina vicino al punto di partenza, ci siamo
avviati sul sentiero. Durante la camminata, abbiamo visto cose
meravigliose che, pur essendoci anche dalle nostre parti, non ci hanno
fatto lo stesso effetto. Per esempio ci siamo soffermati a guardare
cascate, fiori, alcuni aspetti della montagna e tante altre cose…. Io
sono stato molto sorpreso dai colori che la montagna presenta e dalle
sue caratteristiche ambientali. Arrivati al rifugio Larcher, abbiamo
posato i nostri zaini, preparato i letti e, nel poco tempo che ci
rimaneva, siamo andati a gustarci i panorami più belli che si potavano
ammirare dal rifugio e, naturalmente, ci siamo fermati a guardare
animali come marmotte e stambecchi e ad ascoltare i loro versi
meravigliosi che rendevano la montagna più magica. Verso sera,
rientrati in rifugio, abbiamo cenato; dopo ci siamo divertiti un po' con
il gioco delle carte e poi a letto presto, perché il giorno successivo
ci attendeva una dura camminata.
All’indomani dunque, la sveglia ci ha attivati alle 5:30 e
mezz'oretta più tardi, con serenità e allegria, abbiamo ripreso il
nostro cammino. In questa camminata, le tappe naturalmente erano diverse
e ognuna prevedeva tempi e luoghi differenti. Poiché man mano che
salivamo di quota, il freddo si faceva sentire, abbiamo indossato felpe
e giacche a vento. Già dopo le prime tappe s’intravedeva un po’ di
neve e ghiaccio, ma quando siamo giunti a un punto dove si poteva vedere
tutto il panorama della montagna, siamo rimasti a bocca aperta. Quello
che stavamo ammirando era fantastico, quasi irreale. Sembrava di essere
in un posto incantato davanti a ghiacciai enormi che si espandevano
quasi fino ai nostri piedi. Era bellissimo guardare i colori che
caratterizzano questi luoghi. Quasi ogni ghiacciaio era di colore
diverso e ognuno era più bello dell’altro; ma la cosa che ci dava
più emozione, non era tanto osservare i ghiacciai, quanto scoprire le
sfumature che ne trasparivano: dal blu, al verde, all'azzurro. Sembrava
che l’alba giocasse con i suoi colori riflessi sui ghiacciai.
Naturalmente ci siamo soffermati ad osservare anche gli enormi crepacci
che screziavano le superfici immacolate dei ghiacci. Così, dopo aver
consumato quasi mezzo rullino di fotografie, ripartimmo per la nostra
bella camminata. A poca distanza, s’intravedeva il monte Cevedale.
Solo dopo aver seguito la cresta ci siamo fermati ad indossare
l'attrezzatura da ghiacciaio, allacciando i ramponi agli scarponi e
tenendo fortemente in mano la piccozza, perché da lì in poi, avremmo
camminato sul ghiaccio. Ma proprio in quel momento, accadde una cosa che
fino al giorno prima ci eravamo augurati che non accadesse: il tempo
cominciò a annuvolarsi e poco dopo cominciò a cadere qualche goccia di
pioggia; ma la cosa più grave fu la nebbia.. Ahimè! Con la visibilità
ridotta al minimo non potevamo andare avanti e così aspettammo un po’
nella speranza che le cose migliorassero.
Sfortunatamente così non è stato e fummo costretti a tornare
indietro. Tutta la gioia che era dentro di noi, improvvisamente si
trasformò in delusione e tristezza. Il più dispiaciuto del gruppo era
Tony Pozza che sperava di farci provare un’esperienza nuova.
Così ritornati al rifugio Larcher, raccolte le nostre cose, siamo
ripartiti per tornare alla diga. Durante il cammino di ritorno, la
tristezza era tale che nessuno aveva il coraggio di parlare. A circa
metà camminata, però, io, Giulio e Denny ci siamo detti che non
dovevamo essere delusi perché la camminata, seppur non conclusa, ci
aveva donato emozioni nuove e incomparabili e comunque la maggior parte
della strada l'avevamo fatta potendo ammirare la montagna negli aspetti
più belli; perciò, ci siamo detti: questa escursione è solo rimandata
al prossimo anno. Dopo queste parole, la nostra tristezza si è
trasforma in nuova gioia e serenità, perché ci siamo convinti che
tutti devono poter avere una seconda occasione. Finalmente arrivammo
alla macchina, stanchi morti. Durante il viaggio del ritorno, ci siamo
addormentati come dei pesci. Rientrati al campeggio, siamo stati accolti
a braccia aperte, eravamo contenti di essere tornati a casa sani e
salvi.
Questo è il racconto della nostra bellissima gita, penso che ognuno
di noi abbia un orgoglio personale, non solo dal punto di vista pratico,
ma soprattutto dal punto di vista morale. A parer mio, posso
ufficialmente dire che quello che ho vissuto assieme ai miei compagni è
stata una cosa unica, ma soprattutto volevo ringraziare Tony Pozza che
ci ha offerto di vivere un'esperienza che non dimenticheremo mai.
Andrea Benetti
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