GITA SUL MONTE CEVEDALE

Dal notiziario 2004

Buongiorno a tutti e soprattutto agli amici del campeggio CAI di Valdagno.

Non molto tempo fa, il presidente del CAI di Valdagno mi ha interpellato perché redassi un articolo nel quale raccontare quali sono stati gli avvenimenti e le emozioni che abbiamo vissuto sul monte Cevedale. Fiero della proposta, gli affermai che lo avrei fatto volentieri. Quindi eccomi qui a raccontarvi un po’ le vicende e le emozioni di quest’avventura. Innanzi tutto vi presento i partecipanti: Antonio Pozza, il capo gruppo, Giulio, Denny e il sottoscritto Andrea. Prima di raccontare quest’avvenimento, volevo anche elencarne le tappe. Il primo giorno si sarebbe andati a dormire al rifugio Larcher, il giorno successivo avremmo affrontato il monte Cevedale e poi saremmo tornati in campeggio. L’attrezzatura dell’escursione consisteva, oltre al normale abbigliamento: occhiali da sole, cordini, una piccozza e dei ramponi. Per chi non sapesse che cos’è la piccozza e che cosa sono i ramponi, sono semplicemente degli attrezzi che servono a facilitare la camminata sulla neve o sul ghiaccio. Detto questo, posso cominciare a raccontare gli avvenimenti vissuti.Foto del gruppo.

Il giorno dell’escursione alpinistica, dopo i saluti ai nostri compagni e ai cuochi, i quali ci auguravano buona fortuna, saliti sulla macchina partimmo per la nostra avventura. Una volta arrivati alla diga di Pejo, parcheggiata la macchina vicino al punto di partenza, ci siamo avviati sul sentiero. Durante la camminata, abbiamo visto cose meravigliose che, pur essendoci anche dalle nostre parti, non ci hanno fatto lo stesso effetto. Per esempio ci siamo soffermati a guardare cascate, fiori, alcuni aspetti della montagna e tante altre cose…. Io sono stato molto sorpreso dai colori che la montagna presenta e dalle sue caratteristiche ambientali. Arrivati al rifugio Larcher, abbiamo posato i nostri zaini, preparato i letti e, nel poco tempo che ci rimaneva, siamo andati a gustarci i panorami più belli che si potavano ammirare dal rifugio e, naturalmente, ci siamo fermati a guardare animali come marmotte e stambecchi e ad ascoltare i loro versi meravigliosi che rendevano la montagna più magica. Verso sera, rientrati in rifugio, abbiamo cenato; dopo ci siamo divertiti un po' con il gioco delle carte e poi a letto presto, perché il giorno successivo ci attendeva una dura camminata.

All’indomani dunque, la sveglia ci ha attivati alle 5:30 e mezz'oretta più tardi, con serenità e allegria, abbiamo ripreso il nostro cammino. In questa camminata, le tappe naturalmente erano diverse e ognuna prevedeva tempi e luoghi differenti. Poiché man mano che salivamo di quota, il freddo si faceva sentire, abbiamo indossato felpe e giacche a vento. Già dopo le prime tappe s’intravedeva un po’ di neve e ghiaccio, ma quando siamo giunti a un punto dove si poteva vedere tutto il panorama della montagna, siamo rimasti a bocca aperta. Quello che stavamo ammirando era fantastico, quasi irreale. Sembrava di essere in un posto incantato davanti a ghiacciai enormi che si espandevano quasi fino ai nostri piedi. Era bellissimo guardare i colori che caratterizzano questi luoghi. Quasi ogni ghiacciaio era di colore diverso e ognuno era più bello dell’altro; ma la cosa che ci dava più emozione, non era tanto osservare i ghiacciai, quanto scoprire le sfumature che ne trasparivano: dal blu, al verde, all'azzurro. Sembrava che l’alba giocasse con i suoi colori riflessi sui ghiacciai. Naturalmente ci siamo soffermati ad osservare anche gli enormi crepacci che screziavano le superfici immacolate dei ghiacci. Così, dopo aver consumato quasi mezzo rullino di fotografie, ripartimmo per la nostra bella camminata. A poca distanza, s’intravedeva il monte Cevedale. Solo dopo aver seguito la cresta ci siamo fermati ad indossare l'attrezzatura da ghiacciaio, allacciando i ramponi agli scarponi e tenendo fortemente in mano la piccozza, perché da lì in poi, avremmo camminato sul ghiaccio. Ma proprio in quel momento, accadde una cosa che fino al giorno prima ci eravamo augurati che non accadesse: il tempo cominciò a annuvolarsi e poco dopo cominciò a cadere qualche goccia di pioggia; ma la cosa più grave fu la nebbia.. Ahimè! Con la visibilità ridotta al minimo non potevamo andare avanti e così aspettammo un po’ nella speranza che le cose migliorassero.Escursione sul Cevedale.

Sfortunatamente così non è stato e fummo costretti a tornare indietro. Tutta la gioia che era dentro di noi, improvvisamente si trasformò in delusione e tristezza. Il più dispiaciuto del gruppo era Tony Pozza che sperava di farci provare un’esperienza nuova.

Così ritornati al rifugio Larcher, raccolte le nostre cose, siamo ripartiti per tornare alla diga. Durante il cammino di ritorno, la tristezza era tale che nessuno aveva il coraggio di parlare. A circa metà camminata, però, io, Giulio e Denny ci siamo detti che non dovevamo essere delusi perché la camminata, seppur non conclusa, ci aveva donato emozioni nuove e incomparabili e comunque la maggior parte della strada l'avevamo fatta potendo ammirare la montagna negli aspetti più belli; perciò, ci siamo detti: questa escursione è solo rimandata al prossimo anno. Dopo queste parole, la nostra tristezza si è trasforma in nuova gioia e serenità, perché ci siamo convinti che tutti devono poter avere una seconda occasione. Finalmente arrivammo alla macchina, stanchi morti. Durante il viaggio del ritorno, ci siamo addormentati come dei pesci. Rientrati al campeggio, siamo stati accolti a braccia aperte, eravamo contenti di essere tornati a casa sani e salvi.

Questo è il racconto della nostra bellissima gita, penso che ognuno di noi abbia un orgoglio personale, non solo dal punto di vista pratico, ma soprattutto dal punto di vista morale. A parer mio, posso ufficialmente dire che quello che ho vissuto assieme ai miei compagni è stata una cosa unica, ma soprattutto volevo ringraziare Tony Pozza che ci ha offerto di vivere un'esperienza che non dimenticheremo mai.

Andrea Benetti

Dal notiziario 2004

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