GIANCARLO
BIASIN, UN GENEROSO NELLA VITA E SULLE VETTE DOPO QUARANT’ANNI DALLA
SCOMPARSA 1964-2004
Illasi,
il paese che ha dato il suo nome alla valle veronese che dalla pianura
si alza fino a lambire i piedi del gruppo del Carega, adagiato tra verdi
colline ricche di vigneti, ciliegi e olivi, è sovrastato dalla severa
mole di un castello medioevale in parte diroccato. In questo idilliaco,
impreziosito dalla presenza di ville, è nato Giancarlo Biasin. La sua
forza fisica, per l’umiltà del carattere, era contenuta, mai
ostentata, neanche quando si librava in ascensioni di grande impegno che
affrontava con disinvolta sicurezza. Biasin l’apprendistato l’aveva
compiuto nella palestra di Stallavena, dove avevano mosso i primi passi
tutti i rocciatori veronesi e delle province limitrofe. E, tanto per non
perdere tempo, rafforzava i muscoli sui trenta metri di verticale
costituiti dalle mura del castello appena fuori paese, arrampicandosi in
libera sfruttando gli interstizi tra pietra e pietra. Quando era giunto
sulla sommità dava un tocco di campana. In paese dicevano: “Giancarlo
anche oggi ha scalato il castello”.
Armando
Da Roit, grande figura di uomo, guida alpina, per vent'anni sindaco di
Agordo, senatore, gestore del rifugio Vazzoler nel gruppo del Civetta, a
pochi anni dalla morte di Biasin, in una serata di commemorazione
organizzata dai gruppi veronesi del CAI, ha voluto ricordare un episodio
a testimonianza della generosità di Giancarlo. Questi, visto che Da
Roit era costretto a portare dalla capanna Trieste fino al rifugio
pesanti carichi sulle spalle, li portò in regalo una vecchia
motocicletta per alleviargli la fatica. Biasin arrivava a dare le sue
scarpe a qualcuno che non le aveva adatte, proseguendo tranquillamente a
piedi scalzi, forse anche perché non gli rincresceva avere un più
intimo contatto con la roccia. Altre pareti su cui Giancarlo poteva
allenarsi erano offerte dalle Piccole Dolomiti, considerate i monti di
casa, raggiungibili in poco tempo risalendo le valli di Illasi e di
Rivolto o portandosi dalla valle dell’Agno fino a Campogrosso. Le
Piccole Dolomiti presentano, seppur in scala ridotta, tutte le difficoltà
che si incontrano sulle Dolomiti vere e proprie; sono a portata di mano
sia d'estate che d’inverno. A Recoaro Biasin aveva incontrato un
maestro, Gino Soldà, uno dei grandi dell’alpinismo. Giancarlo si
sente onorato dell’amicizia di Soldà, che nei primi anni sessanta lo
vuole compagno di cordata in numerose ascensioni, anche per vie nuove.
Legarsi in cordata significa fiducia piena, che deriva dalla perfetta
reciproca e conoscenza e stima. E Soldà, che aveva valutato e
apprezzato le doti di Biasin, sapeva che con lui poteva andare
tranquillamente. Dopo i primi anni dedicati all’affinamento della
tecnica e al consolidamento della potenzialità fisica con escursioni
estive e invernali e con scalate solitarie Giancarlo ha ripercorso le
vie classiche più difficili sulle Cime di Lavaredo, sul Civetta, sulle
Pale di S. Martino, Marmolada, Sassolungo, Catinaccio, Brenta, Cervino,
Bianco, Badile. Ha tracciato nuove vie su Cengia di Pertica, nelle
Piccole Dolomiti, sulla Torre Venezia, sul Dente del Vioz. Nel 1957 e
nel 1958 ha spesso compagno nelle impegnative arrampicate dolomitiche
Fausto Susatti di Riva del Garda. Ma l’impresa più prestigiosa ed
entusiasmante di Biasin fu quella himalayana, nel 1963, alla quale fece
partecipare l'amico medico Franco Chierego, che diede una precisa
testimonianza dell’avventurosa spedizione, iniziata dalla capitale
dell’Afghanistan. Ci volle più giorni di faticoso caldissimo viaggio
in jeep per arrivare, alla fine di una lunga valle, in vista della
catena dell’Hindu Kush: “splendente al sole, immensa, assurdamente
proporzionata. Il riflesso dei ghiacciai dava alla visione un aspetto
diafano, quasi irreale”. L’impresa si svolgeva in un territorio mal
definito dalle carte, sconosciuto dagli alpinisti, i quali, giunti a
Kandut, iniziarono le esplorazioni alla ricerca di una montagna da
scalare, un picco isolato, dai fianchi scoscesi, visto e fotografato da
lontano da una precedente spedizione romana nell’Himalaya del
Pakistan. Dopo giorni di vane ricerche Giancarlo e Pinelli ebbero il
permesso di inoltrarsi nella valle dell’Oxus verso il confine con la
Cina. Partirono a cavallo. Fecero ritorno dopo quattro giorni, raggianti
di gioia: avevano individuato la montagna, una cima “con la verticalità
del Cervino e l’imponenza dei 6513 metri, isolata, circondata da una
selva di torri di granito che facevano degna corona a un così imponente
colosso”. Così lo descrisse Franco Chierego, che raccontò le fasi
successive di avvicinamento ai fianchi del Baba Tangi, con le difficoltà
dei portatori che più volte si rifiutavano di proseguire nell'aria
rarefatta dei cinquemila. Dopo la notte trascorsa al campo base, Biasin
ebbe dal capo spedizione il permesso di andare da solo a esplorare il
tratto iniziale dello sperone.
Impiegò
quasi il doppio delle due ore accordategli, facendo quasi arrabbiare i
compagni esasperati nell'attesa. Al ritorno raccontò, che a 5300 metri
aveva incontrato un ripiano su cui porre il primo campo. Era salito
ancora un po’ per studiare il percorso. Il giorno dopo fu dedicato al
trasporto del materiale al primo campo. Giancarlo, per ordine del
medico, rimase ventiquattro ore al campo base perché potesse
riprendersi dallo sforzo compiuto. Completamente ristabilito, con
Pinelli e Castelli, pernottò al primo campo. L’indomani i tre
raggiunsero quota 5800 metri, dove avevano piantato il secondo campo con
due tendine di altitudine. Comunicarono via radio con Chierego, Cosulich
e Guy rimasti alla base che il mattino successivo avrebbero tentato di
raggiungere la cima. Alle sei di sera la comunicazione urlata di Pinelli:
“Abbiamo vinto!”. Era il 7 agosto 1963. Disse anche che erano
tremendamente stanchi e che lui e Castelli si sarebbero fermati al primo
campo e che Giancarlo aveva voluto scendere al campo base per raccontare
direttamente l’impresa. E quelli del campo base lo videro arrivare
quasi di corsa, gli andarono incontro ad abbracciarlo piangendo e
ridendo. Lo accompagnarono in tenda e gli diedero da bere. Giancarlo
parlava eccitatissimo senza sosta. L’abituale sorriso era scomparso
dalla sua faccia tirata da fili invisibili di un’immane stanchezza. Il
medico lo visitò: pressione bassissima, polso aritmico, respiro
frequente e superficiale, conseguenze dello sforzo sovrumano. L’amico
medico gli impose di tacere, di riposare. E si avviò per uscire dalla
tenda. Giancarlo lo trattenne per la maglia e con gli occhi lucidi gli
disse: “Franco, sono sceso al campo base per prenderti. Domani ti
accompagno in cima!”. Nel 1964 Biasin con Franco Baschera e Graziano
Censi apre una via nuova sul dente del Vioz dell’Ortles. Sulle Pale
affronta con Pistoia la Pala del Rifugio, via Castigilioni; Sasso d’Ortiga,
via Wiessner. Ancora sulle Pale, Sass Maor, sulla parete Sud Est, apre
una via nuova con Samuele Scalet. Giancarlo, che in tutte le ascensioni
era capo cordata, questa volta cede il posto a Samuele che aveva
studiato accuratamente il percorso. L’impresa, che si è svolta nei
giorni 1, 2, 3 agosto 1964, ha richiesto 28 ore effettive di scalata. Al
ritorno, camminando sul sentiero dei Cacciatori, Giancarlo scivola per
non rialzarsi più. Una targa lo ricorda all’attacco dell’ultima
parete vinta. Poco lontano, sulla Val Canali, un’altra targa ricorda
Fausto Susatti, compagno di tante arrampicate, vinto dalla sovrastante
parete.
Giorgio Pirana
A suo perenne
ricordo è dedicato:
L’annuale premio Biasin
La sezione CAI di S. Bonifacio a lui intitolata
La via ferrata cengia di Pertica, sul Carega
Il
bivacco sul monte Agner, nelle Pale di S. Martino
PICCOLE
DOLOMITI: MONTAGNE CARE
Così
scriveva Giancarlo Biasin.
Piccole
Dolomiti, montagne care al nostro cuore, alle quali ci accostiamo ogni
volta con gioia rinnovata. Fra queste crode abbiamo mosso i primi passi
alpinistici, sulle pareti del Baffelan abbiamo sfiorato ancora incerti i
primi appigli, abbiamo gustato il sapore delle prime conquiste.
Ogni
anno, all’inizio dell’estate, ripetiamo questi itinerari, per
preparaci a più impegnative imprese sulle crode Dolomitiche. E quando
l’imminenza della cattiva stagione ci vieta monti più lontani, ancora
torniamo fra queste amate cime per conoscerle sempre più e per sentirle
sempre più nostre ...
Tutti
coloro che hanno avuto modo di conoscere Giancarlo Biasin, ricordano con
emozione la forte personalità, il suo spirito libero, l’esuberanza e
l’atavismo contagiosi, la sua voglia di vivere, di assaporare ogni
momento dell’esistenza, quasi ne prevedesse la sua brevità.
Tante
sono le sue imprese e i suoi scritti relativi alle salite realizzate, da
cui traspare chiaramente la sensibilità d'animo e l’amore per la
montagna. Eccone un esempio tratto da una lettera scritta dopo
un’arrampicata compiuta nelle Piccole Dolomiti. Penso a quanta
apprensione sentivo qualche anno fa nell’affrontare questa parete per
la prima volta, e la tranquillità di adesso mi colma di allegrezza.
Sono triste: intuisco che è l’ultima mia impresa della stagione. Una
nebbia leggera cominciava a salire dalla valle, ma le crode sono ancora
carezzate dal sole.
Nel
nostro ultimo sguardo alle montagne c’è tutta la mestizia del
distacco ... mentre inizio a scendere verso Recoaro.
Giancarlo
Biasin, un alpinista la cui breve esistenza è stata senza dubbio
caratterizzata da una intensa a dir poco straordinaria, sia per la
frequenza delle imprese realizzate, sia per la forza e la coerenza che
sempre animarono ogni sua scelta di vita. Fra il 1957 e il 1964, ebbe la
possibilità di realizzare ascensioni solitarie o in cordata, molto
importanti, non solo nelle Alpi e nelle Dolomiti, aprendo nuove vie, ma
anche di giungere alle montagne del lontano Afganistan (salendo per
primo il Baba Tangi m. 6521).
A
poco più di vent'anni, per le eccezionali doti di arrampicatore,
dimostrate nell’imprese realizzate, si era guadagnato il titolo di
Accademico del Club Alpino Italiano, diventando inoltre istruttore
attivissimo della scuola di roccia e di ghiaccio.
In
tutta la sua attività, di alto livello professionale non gli impediva
di riuscire a trasmettere, con immensa semplicità, l’amore per la
montagna e per la natura, persino a chi si avvicinava a questa passione
per la prima volta.
Giorgio
Pirana