GIANCARLO BIASIN

Dal notiziario 2006

GIANCARLO BIASIN, UN GENEROSO NELLA VITA E SULLE VETTE DOPO QUARANT’ANNI DALLA SCOMPARSA 1964-2004

Illasi, il paese che ha dato il suo nome alla valle veronese che dalla pianura si alza fino a lambire i piedi del gruppo del Carega, adagiato tra verdi colline ricche di vigneti, ciliegi e olivi, è sovrastato dalla severa mole di un castello medioevale in parte diroccato. In questo idilliaco, impreziosito dalla presenza di ville, è nato Giancarlo Biasin. La sua forza fisica, per l’umiltà del carattere, era contenuta, mai ostentata, neanche quando si librava in ascensioni di grande impegno che affrontava con disinvolta sicurezza. Biasin l’apprendistato l’aveva compiuto nella palestra di Stallavena, dove avevano mosso i primi passi tutti i rocciatori veronesi e delle province limitrofe. E, tanto per non perdere tempo, rafforzava i muscoli sui trenta metri di verticale costituiti dalle mura del castello appena fuori paese, arrampicandosi in libera sfruttando gli interstizi tra pietra e pietra. Quando era giunto sulla sommità dava un tocco di campana. In paese dicevano: “Giancarlo anche oggi ha scalato il castello”.

Giancarlo Biasin.Armando Da Roit, grande figura di uomo, guida alpina, per vent'anni sindaco di Agordo, senatore, gestore del rifugio Vazzoler nel gruppo del Civetta, a pochi anni dalla morte di Biasin, in una serata di commemorazione organizzata dai gruppi veronesi del CAI, ha voluto ricordare un episodio a testimonianza della generosità di Giancarlo. Questi, visto che Da Roit era costretto a portare dalla capanna Trieste fino al rifugio pesanti carichi sulle spalle, li portò in regalo una vecchia motocicletta per alleviargli la fatica. Biasin arrivava a dare le sue scarpe a qualcuno che non le aveva adatte, proseguendo tranquillamente a piedi scalzi, forse anche perché non gli rincresceva avere un più intimo contatto con la roccia. Altre pareti su cui Giancarlo poteva allenarsi erano offerte dalle Piccole Dolomiti, considerate i monti di casa, raggiungibili in poco tempo risalendo le valli di Illasi e di Rivolto o portandosi dalla valle dell’Agno fino a Campogrosso. Le Piccole Dolomiti presentano, seppur in scala ridotta, tutte le difficoltà che si incontrano sulle Dolomiti vere e proprie; sono a portata di mano sia d'estate che d’inverno. A Recoaro Biasin aveva incontrato un maestro, Gino Soldà, uno dei grandi dell’alpinismo. Giancarlo si sente onorato dell’amicizia di Soldà, che nei primi anni sessanta lo vuole compagno di cordata in numerose ascensioni, anche per vie nuove. Legarsi in cordata significa fiducia piena, che deriva dalla perfetta reciproca e conoscenza e stima. E Soldà, che aveva valutato e apprezzato le doti di Biasin, sapeva che con lui poteva andare tranquillamente. Dopo i primi anni dedicati all’affinamento della tecnica e al consolidamento della potenzialità fisica con escursioni estive e invernali e con scalate solitarie Giancarlo ha ripercorso le vie classiche più difficili sulle Cime di Lavaredo, sul Civetta, sulle Pale di S. Martino, Marmolada, Sassolungo, Catinaccio, Brenta, Cervino, Bianco, Badile. Ha tracciato nuove vie su Cengia di Pertica, nelle Piccole Dolomiti, sulla Torre Venezia, sul Dente del Vioz. Nel 1957 e nel 1958 ha spesso compagno nelle impegnative arrampicate dolomitiche Fausto Susatti di Riva del Garda. Ma l’impresa più prestigiosa ed entusiasmante di Biasin fu quella himalayana, nel 1963, alla quale fece partecipare l'amico medico Franco Chierego, che diede una precisa testimonianza dell’avventurosa spedizione, iniziata dalla capitale dell’Afghanistan. Ci volle più giorni di faticoso caldissimo viaggio in jeep per arrivare, alla fine di una lunga valle, in vista della catena dell’Hindu Kush: “splendente al sole, immensa, assurdamente proporzionata. Il riflesso dei ghiacciai dava alla visione un aspetto diafano, quasi irreale”. L’impresa si svolgeva in un territorio mal definito dalle carte, sconosciuto dagli alpinisti, i quali, giunti a Kandut, iniziarono le esplorazioni alla ricerca di una montagna da scalare, un picco isolato, dai fianchi scoscesi, visto e fotografato da lontano da una precedente spedizione romana nell’Himalaya del Pakistan. Dopo giorni di vane ricerche Giancarlo e Pinelli ebbero il permesso di inoltrarsi nella valle dell’Oxus verso il confine con la Cina. Partirono a cavallo. Fecero ritorno dopo quattro giorni, raggianti di gioia: avevano individuato la montagna, una cima “con la verticalità del Cervino e l’imponenza dei 6513 metri, isolata, circondata da una selva di torri di granito che facevano degna corona a un così imponente colosso”. Così lo descrisse Franco Chierego, che raccontò le fasi successive di avvicinamento ai fianchi del Baba Tangi, con le difficoltà dei portatori che più volte si rifiutavano di proseguire nell'aria rarefatta dei cinquemila. Dopo la notte trascorsa al campo base, Biasin ebbe dal capo spedizione il permesso di andare da solo a esplorare il tratto iniziale dello sperone.

Impiegò quasi il doppio delle due ore accordategli, facendo quasi arrabbiare i compagni esasperati nell'attesa. Al ritorno raccontò, che a 5300 metri aveva incontrato un ripiano su cui porre il primo campo. Era salito ancora un po’ per studiare il percorso. Il giorno dopo fu dedicato al trasporto del materiale al primo campo. Giancarlo, per ordine del medico, rimase ventiquattro ore al campo base perché potesse riprendersi dallo sforzo compiuto. Completamente ristabilito, con Pinelli e Castelli, pernottò al primo campo. L’indomani i tre raggiunsero quota 5800 metri, dove avevano piantato il secondo campo con due tendine di altitudine. Comunicarono via radio con Chierego, Cosulich e Guy rimasti alla base che il mattino successivo avrebbero tentato di raggiungere la cima. Alle sei di sera la comunicazione urlata di Pinelli: “Abbiamo vinto!”. Era il 7 agosto 1963. Disse anche che erano tremendamente stanchi e che lui e Castelli si sarebbero fermati al primo campo e che Giancarlo aveva voluto scendere al campo base per raccontare direttamente l’impresa. E quelli del campo base lo videro arrivare quasi di corsa, gli andarono incontro ad abbracciarlo piangendo e ridendo. Lo accompagnarono in tenda e gli diedero da bere. Giancarlo parlava eccitatissimo senza sosta. L’abituale sorriso era scomparso dalla sua faccia tirata da fili invisibili di un’immane stanchezza. Il medico lo visitò: pressione bassissima, polso aritmico, respiro frequente e superficiale, conseguenze dello sforzo sovrumano. L’amico medico gli impose di tacere, di riposare. E si avviò per uscire dalla tenda. Giancarlo lo trattenne per la maglia e con gli occhi lucidi gli disse: “Franco, sono sceso al campo base per prenderti. Domani ti accompagno in cima!”. Nel 1964 Biasin con Franco Baschera e Graziano Censi apre una via nuova sul dente del Vioz dell’Ortles. Sulle Pale affronta con Pistoia la Pala del Rifugio, via Castigilioni; Sasso d’Ortiga, via Wiessner. Ancora sulle Pale, Sass Maor, sulla parete Sud Est, apre una via nuova con Samuele Scalet. Giancarlo, che in tutte le ascensioni era capo cordata, questa volta cede il posto a Samuele che aveva studiato accuratamente il percorso. L’impresa, che si è svolta nei giorni 1, 2, 3 agosto 1964, ha richiesto 28 ore effettive di scalata. Al ritorno, camminando sul sentiero dei Cacciatori, Giancarlo scivola per non rialzarsi più. Una targa lo ricorda all’attacco dell’ultima parete vinta. Poco lontano, sulla Val Canali, un’altra targa ricorda Fausto Susatti, compagno di tante arrampicate, vinto dalla sovrastante parete.

Giorgio Pirana

A suo perenne ricordo è dedicato: 
L’annuale premio Biasin 
La sezione CAI di S. Bonifacio a lui intitolata
La via ferrata cengia di Pertica, sul Carega 
Il bivacco sul monte Agner, nelle Pale di S. Martino


PICCOLE DOLOMITI: MONTAGNE CARE

Così scriveva Giancarlo Biasin.

Piccole Dolomiti, montagne care al nostro cuore, alle quali ci accostiamo ogni volta con gioia rinnovata. Fra queste crode abbiamo mosso i primi passi alpinistici, sulle pareti del Baffelan abbiamo sfiorato ancora incerti i primi appigli, abbiamo gustato il sapore delle prime conquiste.

Ogni anno, all’inizio dell’estate, ripetiamo questi itinerari, per preparaci a più impegnative imprese sulle crode Dolomitiche. E quando l’imminenza della cattiva stagione ci vieta monti più lontani, ancora torniamo fra queste amate cime per conoscerle sempre più e per sentirle sempre più nostre ...

Tutti coloro che hanno avuto modo di conoscere Giancarlo Biasin, ricordano con emozione la forte personalità, il suo spirito libero, l’esuberanza e l’atavismo contagiosi, la sua voglia di vivere, di assaporare ogni momento dell’esistenza, quasi ne prevedesse la sua brevità.

Piccole Dolomiti, cresta finale della ferrata Campalani.Tante sono le sue imprese e i suoi scritti relativi alle salite realizzate, da cui traspare chiaramente la sensibilità d'animo e l’amore per la montagna. Eccone un esempio tratto da una lettera scritta dopo un’arrampicata compiuta nelle Piccole Dolomiti. Penso a quanta apprensione sentivo qualche anno fa nell’affrontare questa parete per la prima volta, e la tranquillità di adesso mi colma di allegrezza. Sono triste: intuisco che è l’ultima mia impresa della stagione. Una nebbia leggera cominciava a salire dalla valle, ma le crode sono ancora carezzate dal sole.

Nel nostro ultimo sguardo alle montagne c’è tutta la mestizia del distacco ... mentre inizio a scendere verso Recoaro.

Giancarlo Biasin, un alpinista la cui breve esistenza è stata senza dubbio caratterizzata da una intensa a dir poco straordinaria, sia per la frequenza delle imprese realizzate, sia per la forza e la coerenza che sempre animarono ogni sua scelta di vita. Fra il 1957 e il 1964, ebbe la possibilità di realizzare ascensioni solitarie o in cordata, molto importanti, non solo nelle Alpi e nelle Dolomiti, aprendo nuove vie, ma anche di giungere alle montagne del lontano Afganistan (salendo per primo il Baba Tangi m. 6521).

A poco più di vent'anni, per le eccezionali doti di arrampicatore, dimostrate nell’imprese realizzate, si era guadagnato il titolo di Accademico del Club Alpino Italiano, diventando inoltre istruttore attivissimo della scuola di roccia e di ghiaccio.

In tutta la sua attività, di alto livello professionale non gli impediva di riuscire a trasmettere, con immensa semplicità, l’amore per la montagna e per la natura, persino a chi si avvicinava a questa passione per la prima volta.

Giorgio Pirana

Dal notiziario 2006 

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