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L’essere umano, in epoca primitiva, ha vissuto
in intimo contatto con il mondo cosiddetto ipogeo. Fin dalla sua
comparsa, infatti, l’uomo si è servito di caverne, covoli ed antri
per svariati motivi: rifugi dalle intemperie, luoghi di riparo da
attacchi d’animali feroci, sacri ritrovi adibiti alla sepoltura dei
propri morti e altro ancora. L’avanzare della civiltà ha gradualmente
portato l’uomo a staccarsi da tale ambiente avvicinandolo ad un altro
ricco di edifici artificiali da lui stesso progettati e costruiti, senza
però dimenticare il passato utilizzando ancora una volta le caverne
come stalle o come rifugi occasionali in caso di maltempo. Con il
Medioevo le grotte diventarono luoghi da evitare poiché considerati
tetri rifugi di streghe, maghi ed eretici entrando di conseguenza a far
parte dello "sconosciuto". Bisognerà forse aspettare
l’inizio del XVI secolo quando il poliedrico scienziato ed inventore
Leonardo Da Vinci visita e descrive due grotte lombarde… è la
scintilla verso la nuova riscoperta del mondo sotterraneo; ma leggiamo
un po’ di quell’avvincente racconto:
- Tirato dalla mia bramosa
voglia, vago di vedere la gran coppia delle varie e strane forme fatte
dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto infra gli ombrosi scogli,
pervenni all’entrata di una gran caverna; dinnanzi alla quale, restato
alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, piegato le mie reni in arco
e ferma la stanca mano sopra il ginocchio, e colla destra mi feci
tenebre alle abbassate ciglia; e spesso piegandomi in qua e in là per
vedere se dentro vi discernessi alcuna cosa; e questo vietatomi dalla
grande oscurità che là dentro era. E stato alquanto, subito salse in
me due cose: paura e desiderio; paura per la minacciante e scura
spelonca, desiderio per vedere se là entro fusse alcuna miracolosa cosa-.
Ma, come ben sappiamo, il buon Leonardo fu sempre in anticipo sui tempi
tanto che dal Medioevo alla fine del XIX secolo le grotte continuarono a
venire abitate da esseri fantastici che arricchirono di leggende
l’immaginario popolare ossia: gnomi, streghe, draghi, elfi, orchi e
fate. Furono effettivamente gran pochi quelli che cercarono di sfatare
questa certezza; lo stesso esploratore e speleologo Miliani ne rimase
sorpreso descrivendo così nel 1891 i momenti della sua discesa nella
Grotta di Monte Cucco in Umbria: - Allorché io visitai la pima
volta, nel giugno del 1883, essendone affatto ignaro, e credendo di
avanzare per anditi sconosciuti, fui abbastanza meravigliato di scorgere
qua e là sulle pareti date e nomi chiaramente incisi e scritti col
carbone. Per dirne alcuni ricorderò "Mutio Flore addì 11
agosto1604", "Adromando 1555" e "Ludovico,
1551" il quale ultimo deve essere un monaco, poiché fa seguire il
suo nome dalla sigla formata da una croce su cui è innestata la lettera
S- (dal Bollettino n. 58 del Club Alpino Italiano, 1891).
D’altra parte è facile immaginare l’effetto che poteva produrre
sull’ignoranza e la superstizione di quell’epoca un animale come il
pipistrello, la cui nera immagine si stagliava contro il cielo, quando
al crepuscolo, usciva in cerca di cibo dagli anfratti sotterranei.
Pensiamo che il diavolo stesso veniva raffigurato con ali di pipistrello
sulla schiena, e così pure il drago, simbolo anche lui del male.
Attraverso i secoli questo modo di guardare le grotte creò una
mentalità, una cultura fatta di luoghi comuni ancor oggi duri a morire.
Nei film fantastici, si continua ad ambientare in una caverna il
laboratorio dello scienziato pazzo, versione moderna dei maghi o delle
streghe medievali che gettavano ali di pipistrello nei filtri magici
preparati all’ombra di minacciose stalattiti. E dal sottosuolo mille
fiabe e racconti fanno uscire esseri mostruosi. Le denominazioni locali
di alcune grotte sono eloquenti e non hanno bisogno di commenti: Buso
delle Fade o delle Anguane, Spurga del Diavolo.
Oggi queste tradizioni culturali tendono a scomparire, tuttavia se
andate per contrade e provate a chiedere informazioni su grotte del
posto, qualche anziano vi potrà raccontare le storie e gli aneddoti
più strani, però tutti con alcuni elementi fissi in comune. La regola
è che la grotta sia enorme, lunghissima, o, come si dice spesso, senza
fondo. Essa, si dice ancora, attraversa in misteriosi passaggi
sotterranei paesi, campi e vallate e sbuca chissà dove.
Sono più di dieci anni che girovago dentro e fuori da grotte,
spelonche e covoli nel nostro paese e anche fuori, e ormai mi sento
immerso in questo fantastico mondo. A Valdagno conosco un paio di grotte
che dicono siano frequentate dalle Anguane e sembra che quest’ultime
la notte escano per lavare dei bianchi panni e cantare ammalianti
canzoni. Alcuni sostengono di essere stati quasi ipnotizzati, portati ad
essere incapaci di reagire al suono di questi dolci canti e di essere
riusciti a sfuggire per puro miracolo addirittura a presunte promesse di
matrimonio.
A Cesuna, sull’Altipiano di Asiago, si dice che dalla voragine del
Giacominerloch, nelle notti di plenilunio, escano dei folletti i quali
intessono una danza a mezz’aria attorno all’abisso e, con il loro
canto armonioso, attirano le fanciulle che osano avventurarsi nei boschi
spingendole, prigioniere, nei bui recessi della terra.
Ad Altissimo, vicino alla contrada
Antoniazzi, esistono due caverne
che sembrano siano state popolate da una strega che terrorizzava chi
rientrava con l’oscurità. In zona c’è chi dice che entrando nella
cavità di sinistra e, addentrandosi con molta prudenza in bassi
cunicoli, si possa sentire dei rumori in lontananza, segno che la
vecchia megera è ancora viva e che sta ancora preparando misteriose
pozioni e pronunciando blasfeme formule. Ma ancora, Strie sono state
notate anche in alcune località a Valdagno, Recoaro e Schio e nemmeno
le benedizioni dei parroci sono servite ad allontanarle.
Esistono spurghe al Feo e sopra Montecchio Maggiore dove si dice
dimori il diavolo e, per fortuna, i loro ingressi sono stati chiusi da
molti anni. Ma il diavolo sembra sia presente anche in Dolomiti, sull’Antelao,
dentro un grande antro situato su di una ripida parete che domina la
valle di Cortina d’Ampezzo. In Albania dei pastori mi hanno portato
davanti al maestoso ingresso di una grotta da cui usciva una gelida e
violenta corrente d’aria; l’interprete ci fece capire che lì dentro
c’era il diavolo. Forse fu solamente un caso, ma né io, né gli altri
componenti della spedizione fummo in grado di superare delle difficoltà
tecniche poste a pochi metri dall’ingresso della grotta. Su un’isola
in Thailandia ho visitato una grotta ai piedi di una falesia a picco sul
mare. La guida mi raccontò che in antichità la grotta era abitata da
un demone che affondava le barche dei pescatori lanciando terribili
fiammate. Dei monaci, dopo lunghe preghiere, trovarono una benevola
divinità disposta a dare loro aiuto. Questa lanciò una folgore che
bucò l’isola rocciosa dando così la possibilità al mare di spegnere
tutti i fuochi del demone. Ancora oggi il mare riempie la grotta, ma,
ogni giorno con la bassa marea, la cavità si svuota dall’acqua
lasciando così aperto il passaggio che porta alla grande voragine. Il
fondo è ora ricoperto da fitte mangrovie, simili a maglie di una
prigione e sorvegliato da dispettose scimmie che urlano contro gli
indesiderati visitatori.
Fantasia, tutto ciò sarà sicuramente pura invenzione. Prima però
di lasciarsi andare ad un sorriso di sufficienza su quanto detto, il
lettore dovrebbe soggiornare un poco nelle caverne e, sorprendersi a
rispondere, ad alta voce, a suoni lontani che giungono come voci umane
che altro non sono che gli eterni mormorii dell’acqua tra le rocce.
Dovrebbe trovarsi anch’egli a scambiare per la luce di "qualcuno
di misterioso" che sopraggiunge da nascoste gallerie, quelli che si
rivelano poi solo dei giochi di luce della sua stessa lampada tra i
massi e concrezioni in penombra. La scienza, la tecnica esplorativa, la
geografia hanno fatto passi da gigante negli ultimi cento anni nel mondo
della speleologia. La famosa scintilla che riuscì ad innescare il
Leonardo, oggi dovrebbe avere illuminato ogni recesso più buio e
nascosto di ogni caverna, svelato ogni mistero sulla genesi delle
grotte, spiegato il perché in questi luoghi si possa trovare degli
esseri viventi apparentemente così orribili come pipistrelli, protei, o
insetti dagli arti lunghissimi. Fortunatamente c’è ancora moltissimo
da scoprire: fiumi scintillanti, stalattiti luccicanti, gallerie
interminabili, abissi senza fondo e… tutto qui, sotto i nostri piedi,
fuori dall’uscio di casa. Negli ultimi anni io e gli altri soci del
Gruppo Grotte abbiamo riscoperto a Valdagno grotte usate come ricovero
dai partigiani, grotte, ad Asiago, che contengono ancora i resti di
eroici soldati della prima guerra mondiale, e tante altre cose che non
basterebbe questo spazio per poterle raccontare.
Devo infine dire che dare sempre una spiegazione razionale a tutto
ciò che vediamo o sentiamo non sempre appaga. Effettivamente provate
voi a raccontare agli anziani di contrada che vi vedono uscire dalla
grotta dopo pochi minuti, che dopo alcuni metri la cavità finisce.
Vedrete che dopo le proteste sul fatto che, per loro, noi abbiamo avuto
paura di proseguire, un segno eloquente sul loro viso di rassegnazione
sul fatto che, in pochi attimi, abbiamo distrutto tutto ciò che loro, i
loro nonni, e tutti i loro antenati avevano tramandato con molta cura ai
loro figli e nipoti. Vale allora la pena? Sarebbe come lo scarno
risultato che resterebbe a noi speleologi, al fine di una dura giornata
di esplorazione, di arrestare rassegnati la nostra marcia davanti ad
un’inopportuna frana che occlude il passaggio.
In entrambi i casi, credo che valga proprio la pena di guardare più
in là con la nostra immaginazione (ci serve soprattutto per esplorare
meglio) usando anche una giusta dose di fantasia per poter raccontare
delle splendide avventure ai nostri compagni sorseggiando un caldo the
durante i bivacchi in grotte profonde cinquecento metri, dopo magari
quindici ore di punta esplorativa o per portare a casa una nuova fiaba
da raccontare ai nostri figli, prima di farli addormentare per la notte.
Massimo Longo
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